CENNI STORICI

STORIA DELL’ ASHTANGAYOGA

Il metodo dell’ashtangayoga, inteso come lo yoga delle otto membra, è descritto negli Yogasutra di Patanjali come linee guida per vivere una vita in pienezza.
Negli anni venti (dello scorso secolo) Sri K. Pattabhi Jois, allora dodicenne, intraprese il suo percorso di formazione sotto la guida del maestro Sri T. Krisnamacharya per imparare i dettami dello yoga e la profondità della filosofia ad esso connessa:

GLI OTTO RAMI

Yama- regole antiche
Niyama- osservanze intese come disciplina corporale e psichica
Asana-posture
Pranayama-sviluppo dell’energia vitale Pratyahara-controllo dei sensi Dharana-concentrazione
Dhyana-meditazione
Samadhi-realizzazione totale

Sri K. Pattabhi Jois si dedicò non solo allo studio ma anche all’insegnamento delle Asana ed in particolare al sistema del Vinyasa, ossia una sequenza di posture concatenate tra loro e sincronizzate con il respiro.

“Quando il respiro e il movimento fluiscono senza sforzo ed in perfetta armonia, allora la pratica dell’ashtangayoga trascende la consapevolezza e si evolve nella leggerezza di una meditazione in movimento. “  Cit. Lino Miele.

LA PRATICA

L’ashtangayoga è una pratica dinamica che permette al corpo di acquistare flessibilità, forza e stabilità.
Il movimento tra le posture è fondamentale e fà parte della pratica stessa.

La sincronia tra il respiro ed il movimento prende il nome di Vinyasa e richiede di focalizzare lo sguardo in un punto preciso.
Esiste un ordine tra le asana, ognuna è propedeutica ed equilibra la precedente o successiva.

Nella pratica dell’ashtanga esistono diverse serie dove la prima è terapeutica e favorisce il riequilibrio tra mente e corpo; la seconda entra in profondità andando a purificare i nadi o canali nervosi; le serie avanzate richiedono una dedizione profondissima poiché lavorano sulla forza, l’equilibrio e la stabilità del corpo e della mente.

Il respiro è chiamato Ujjayi , il respiro vittorioso, ed è ottenuto rilassando la gola e chiudendone leggermente la glottide al fine di produrre un suono.
In tal modo la respirazione sarà dolce e profonda ed accompagnerà ogni movimento della pratica creando il ritmo della stessa; inoltre questo tipo di respirazione permette al cuore di ridurne i battiti benchè il metabolismo corporeo aumenti notevolmente e ci sia una sudorazione abbondante attraverso la quale si espellono le tossine e si migliorano gli scambi tissutali corporei.

I Bandha sono un altro cardine della pratica, chiamati anche chiusure e permettono di regolare il flusso del prana o forza vitale ed evitare la caduta degli organi interni al fine di permettere al diaframma la sua massima espansione.

Mula Bandha significa la contrazione del muscolo anale e la zona del perineo.
Uddyana Bandha è la contrazione della parte bassa dell’addome verso la colonna vertebrale, si ottiene facendo rientrare la pancia, appena sotto l’ombelico verso i reni. Jalandhara Bandha significa la chiusura della gola abbassando leggermente il mento verso il petto.

Il Dristi è il punto dove focalizzare lo sguardo al fine di creare concentrazione ed attenzione solo al nostro interno.

Ad ogni movimento corrisponde un dristi diverso ( in totale sono nove).

Il dovere dell’insegnante è quello di trasmettere la conoscenza esattamente come l’ha appresa dal proprio maestro e quindi mettendo in pratica il concetto del Parampara, ossia la trasmissione della conoscenza dal maestro all’allievo.

CONSIGLI PER UNA BUONA PRATICA

E’ indicato praticare a stomaco vuoto, non bere mezz’ ora prima, durante e mezz’ ora dopo la pratica. Abbigliamento comodo ed elastico, il corpo deve essere libero da bracciali e collane. Munirsi di tappetino personale ed asciugamano. Al fine di rispettare se stessi e gli altri si consiglia di accedere in Shala puliti, previa doccia.

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